Skip to main content

Phoebe Bridgers

Lost Weekend

Dead Oceans
14 Agosto 2026
di Lucia Rosso

Per rispondere ai meme, sì, confermo, potete, anzi dovete ascoltare Lost Weekend, anche se state passando una buona giornata.

Phoebe Bridgers torna (diciamolo pure, finalmente!) dopo sei anni con la sua versione più matura, sperimentale e consapevole al tempo stesso. Sedici tracce evocative, galattiche. Qui c’è spazio per perdersi come per ritrovarsi. Dai primi brani si ha come la sensazione di trovarsi fra stelle e pianeti, non a caso Phoebe ha pianificato la pubblicazione del suo terzo e nuovo album nella settimana dell’eclissi solare, organizzando sessioni globali di pre-ascolto nei planetari e osservatori in collaborazione con Spotify e l’etichetta Dead Oceans. Si tratta di un lavoro imponente e labirintico, che fa a pezzi l’iconografia della ragazza triste per ricostruire qualcosa di spaventosamente identitario, incisivo e catartico. 

Se Punisher (2020) era la solitudine vissuta attraverso uno schermo o la stanzetta di casa, Lost Weekend è lo sfogo di chi è tornato nel mondo reale. Phoebe qui usa la voce bassa, non per timidezza o introversione, né per accentuare un tono depressivo, ma bensì per preparare un urlo liberatorio: questo è il suo disco più lungo, audace ed eclettico, sospeso tra macerie personali, lutti non elaborati e la stanchezza di un’esposizione mediatica frustrante. 

Il singolo di lancio Lost Boys segna la direzione. Acustico, tanto sfumato quanto emotivamente deciso. La mano inconfondibile di Jack Antonoff e il contributo orchestrale danno vita a un tappeto confortevole di arpeggi che ricorda il Sufjan Stevens di Illinois. Esplodono poi inconfondibili le voci di Julien Baker e Lucy Dacus, le sue boygenius, pronte a sostenerla sul refrain “Lost boys never grow up, never grow old” e all’improvviso, dovunque tu stia ascoltando questo brano, non sei più solo.

È l’inno di chi cerca di non invecchiare dentro i propri traumi. 

In Lost Weekend troviamo traccia della nostalgia folk del 2020, ma l’album danza fra altri contrasti. Tra vocoder, valzer amari e nastri del passato, il disco percorre una sorta di climax ascendente: l’intensità cresce gradualmente dalle ballate sospese della prima metà a quelle più centrate e definite della seconda. A partire da Still Standing, passando a Never Going Back!, il concetto di autoaffermazione si rafforza sempre più, siamo al cuore emotivo del disco. Phoebe affronta senza filtri la perdita del padre del 2022, inserendo in quest’ultima traccia persino un suo messaggio vocale reale che scorre come back vocal sopra al suono di un banjo. C’è spazio anche per un valzer dolce quanto ironico e affilato in The Governor’s Waltz. Si arriva infine alle cime vocali di As Above, dove ci immaginiamo la nostra cantautrice californiana sospesa nello spazio cosmico, mentre grida i suoi perché in una delle scene di Interstellar. 

Il leitmotiv di questo percorso sembrerebbe ad una prima lettura lessicale la perdizione. Ma questo perdersi è reso baluardo, è un concetto salvifico. Troviamo anche una parata strumentale di 56 secondi che raduna il giro di accordi più frequente, come a dirci che dopo aver marciato stoicamente, siamo vicini alla meta. La comparsa della voce di Cameron Winter, in I Can’t Wait è l’easter egg che un disco del genere si merita. Il frontman dei Geese armonizza con Phoebe regalandoci il bridge più dolce del disco, in un brano che canta, con estrema nostalgia, la difficoltà di chiudere una relazione. 

Forse il segreto di Phoebe Bridgers sta proprio nell’aver smesso di compiacere le aspettative del suo stesso culto. Nel riuscire a non tradirsi, reinventandosi anche dopo che tanti artisti hanno tentato di emularla. Phoebe non si pone più come la ragazza con la tuta da scheletro che ci racconta quanto sia bello distruggere tutto. È un’artista poliedrica che sta influenzando una generazione e una donna che ha guardato le proprie rovine, ha raccolto quello che valeva la pena salvare e ne ha scritto un viaggio monumentale, rivelatore e imprevedibile. Il weekend da cui non vorrete più tornare.