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Various Artists

Felice County Fair (A Celebration of the Felice Brothers)

Free Flight Records
16 Ottobre 2026
di Gianluca Maggi

La vita moderna, si sa, è frenetica. La velocità a cui anelavano i futuristi si è abbattuta come uno tsunami su di noi e permea la nostra quotidianità al punto che viene da maledire Marinetti e soci. Gli impegni sono tanti, troppi e i ritmi giornalieri sono serrati; così serrati che a ventiquattro ore dall’ultima data utile per la consegna della recensione di Felice County Fair (A Celebration Of The Felice Brothers) non ho ancora scritto una riga. Quello che segue, dunque, è il risultato di un esperimento compositivo. Si tratta di un nuovo metodo di scrittura a metà fra il flusso di coscienza e la telecronaca, una scrittura in tempo reale, una registrazione in presa diretta delle emozioni e delle riflessioni che questo disco mi suscita. Una cosa come 4’33” di John Cage, un approccio molto pollockiano e molto anni ’60: l’arte come processo. Non che questa recensione sia arte, ovviamente. Comunque, ho già perso troppo tempo. Ore 15:00, play. 

Sull’introduzione del primo brano (che mentre scrivo è arrivato al ritornello, e che ritornello!) vi racconto la genesi del disco. Un disco in cui mancano i protagonisti, i Felice Brothers; si tratta infatti di un tributo al gruppo newyorchese guidato da James e Ian Felice, fortemente voluto e curato da Brandy Schultz, moglie del cantante dei The Lumineers. Una cosa che si evince abbastanza facilmente dal sottotitolo dell’album, una cosa così strana. Mi sarei aspettato un tributo agli U2 oppure un altro tributo a Lou Reed ma di certo non questo. Comunque la prima canzone, Wonderful Life, nel mentre è finita; bellissima, di chiara matrice dylaniana e impreziosita dai fiati finali. Ma siamo già sulle note di Run Chicken Run nella versione dei Deer Tick che ricorda tanto il periodo di Ryan Adams con i Cardinals quanto i momenti più jingle-jangle dei gruppi paisley underground e sfocia in una spirale semi-punk concitata e conclusiva, caratterizzata da un grande assolo di chitarra intenso e veloce. Miakela Davis ci strappa subito a questo mondo sonoro e ci conduce, tenendoci per mano, in territori folk e apocalittici che, per merito della voce ipnotica, ricordano le atmosfere dei Mazzy Star. 

Mi concedo un breve momento di pausa e una riflessione laterale mentre il finale di quest’ultimo brano va in dissolvenza. È un disco molto vario il cui ascolto è davvero piacevole. Nota a margine: non conosco neanche uno degli artisti che finora hanno cantato i pezzi dei Felice Brotherse mi domando se sia una mia mancanza o se siano effettivamente poco noti, almeno in Italia.  

Ma siamo già ripartiti e questa versione dolente di TV Mama è stupenda come il coro che cresce nel ritornello e all’interno del quale Bebe Stockwell si muove liberamente tra gorgheggi black e parti parlate in cui la voce si spezza. Bellissima, per gli amanti di Stu Larsen. Brandon Flowers de The Killers ci ricorda invece, scegliendo Days of the Years, quanto Ian Felice sia bravo a comporre collage lirici sfruttando giochi di parole e riferimenti postmoderni grazie a cui racconta le cose più piccole, e non per questo poco importanti, della vita. Per inciso, la copertina del disco è un disegno (bellissimo) dello stesso Ian. Ecco che arriva il marito della fautrice di questo assurdo progetto con The Kid che assume un tono gospel e che, alzando per un attimo lo sguardo dal singolo pezzo, ci offre, insieme ad Aerosol Ball (che, essendo uno dei singoli, ho già ascoltato anche se succede a The Kid nella tracklist del disco) e la già citata Wonderful Life una chiave di lettura di questo lavoro: una summa, un compendio di tutta la musica tradizionale e popolare americana del novecento. Un concetto che può essere declinato in molti modi. C’è il gospel, c’è il country, c’è il folk e poi c’è il blues anni ’50 di Red Mustang; è dunque un disco piuttosto vario che sottolinea l’eclettismo dei Felice Brothers. Ed ecco Aerosol Ball, una canzone veramente da County fair interpretata fedelmente da Nathaniel Rateliff. 

Mentre Aerosol Ball prosegue con malinconiche pennellate di chitarra slide, scrivo di Jazz on the Autobahn. Si tratta indiscutibilmente del pezzo migliore dei Felice Brothers, con un piglio loureediano e un testo alla Bob Dylan in cui vengono mescolati ed accostati elementi distanti che danno un senso generale di surrealismo. Sono stati bravi i Dawesa mettere in risalto il lato underground della canzone, anche questa uscita come singolo, con la batteria non-stop tipica dello stile primitivo ed essenziale di Maureen Tucker e il riff di basso simile a quello di Walk on the Wild Side. È a questo che penso mentre Darren Kiely canta sommessamente la ballata Murder by Mistletoe con voce tremula come Colin Meloy. 

Ore 15:37, stop. Mi rendo conto che questo metodo mi sta portando via troppo tempo e sono alla traccia numero 9 di 24 per cui riassumerò il resto del disco in modo convenzionale. I Felice Brothers hanno un ricco e variegato ventaglio di influenze e uno spettro sonoro ed emotivo piuttosto ampio. Si muovono con disinvoltura all’interno del paesaggio musicale americano oscillando tra il country e il folk (anche quello più alternativo degli anni ’90), tra il blues e il rock, tra sezioni di fiati e banjo, tra il groove e la ballata. Notevoli alcuni brani, oltre a quelli già presentati, come Ballad of Lou(accompagnata da delicate note pianistiche e simile, nell’andatura ondeggiante, a Ships di Ian Hunter) e Helen Fry che J.J. Cale sarebbe certamente contento di aver scritto e in cui riecheggiano i ritmi della musica nera. Un po’ al di sotto delle aspettative, almeno delle mie, Flowers by the Roadside ridotta a banale canzonetta folk pop; è la mia canzone preferita della band quindi forse sono stato troppo duro ma, in ogni caso, consiglio l’ascolto dell’originale. Convincono, al contrario, la versione di Daniel Rodriguez di Radio Song (non quella dei R.E.M.) che ha un bellissimo slancio power pop e Jade Bird che canta Blow Him Apart con la dolcezza di Isobel Campbell. 

In Florida è stato inventato un gioco che si chiama Mullet Toss. Le regole sono semplici: ogni concorrente, senza uscire da un cerchio con un diametro di tre metri (pena l’esclusione dalla sentitissima competizione), deve lanciare un pesce morto il più lontano possibile, cercando di farlo atterrare oltre il confine con l’Alabama. La quota d’iscrizione ammonta a 20 dollari e comprende una maglietta commemorativa. L’America è questo, un paese dove succedono cose che non potrebbero succedere altrove. Cose impensabili e assurde. Alcune cose, come il Mullet Toss, sono assurde e basta ma altre, come un tributo ai Felice Brothers, sono assurde e bellissime.