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Fontaines D.C.

Dopamine Chamber

XL Recordings
16 Ottobre 2026
di Andrea Riscossa

Correva l’anno 1884 e nelle librerie parigine usciva l’ultimo romanzo di Joris-Karl Huysmans, À rebours. Il protagonista del libro, Jean Floressas des Esseintes, nobile decaduto, si ritira nella sua villa, annoiato dalla mondanità della capitale, dalla superficialità dell’umanità e dalla vacuità dei rapporti personali. Si circonda di profumi, stampe rare, libri antichi, arriva perfino a decorare con pietre preziose il carapace di una testuggine che vaga per casa, opera d’arte ambulante e simbolo della follia progressiva del protagonista. Un paradiso artificiale, una Wunderkammer con la funzione di barriera contro il quotidiano e il banale. 

I Fontaines D.C. hanno preso temi antichi e cari ad autori studiati a scuola, hanno aggiornato le psicosi e declinato lo Spleen al secolo attuale, proponendo un ritiro spirituale dentro la loro Dopamine Chamber, quinto album della band, quello più lontano da Dublino, da quello che erano e da quello che volevano.
Realtà e verità diventano concetti relativi, soggettivi, il significato delle parole si svuota. Un gioco di specchi e di semantica. I synth sono motore e rumore di fondo, sono un filtro oscuro su melodie e ritornelli, come un’ombra che unisce una canzone alla successiva, come un invito a un atto di autoipnosi per esplorare stanze nascoste, dentro di noi, attorno a noi.

Mi sono nascosto in un angolo di dischi torinese, sette giorni orsono, per poter assaggiare il nuovo lavoro dei Fontaines.
Tra birrette e dialoghi rubati ai vicini, ho avuto una prima apparizione fantasmatica dell’album. Come sentire il profumo del tartufo da lontano. 

Pochi giorni dopo ho davanti a me trecento chilometri di autostrada e il preascolto di Dopamine Chamber in cui potermi perdere in loop, in modo da scendere dall’auto e poter fissare su carta le prime impressioni, quando ancora il retrogusto dell’album solletica papille e neuroni.

Poi cuffie. Tante cuffie. Su tappeti di synth e archi, sdraiato su divani che cambiavano consistenza a seconda della canzone, perso in analisi logiche dei testi.
Ho trovato Kant e Baudelaire, Lynch e Nick Cave, nascosti tra le parole e le note. Ho visto un racconto, o una traiettoria.
Grian Chatten ha viaggiato da Vienna a Palermo, passando per Venezia, rubando bellezza decaduta, un Grand Tour con uno sguardo più disincantato di un Lord Byron che fu. 

Al di là dei fantasmi evocati dall’ascolto compulsivo, Dopamine Chamber è, in fondo, solo un disco. O forse no. Forse è un’architettura, un luogo, il primo luogo costruito dai Fontaines, dopo tanti lavori sull’identità. Questa volta abbiamo pareti e colori, una camera in cui meditare per la lunghezza di undici canzoni, ed uscirne, a riveder le stelle.

Entriamo nella stanza con Six Shot Morning, titoli di testa, Chatten ci accoglie con una voce robotica, una marcia ipnotica, che spalanca il sipario dopo tre minuti, mettendo aria e volumi al pezzo. Il testo sembra presentarci la scomoda verità: i replicanti chiedono più vita, stiamo vivendo il film in cui abbiamo sognato di vivere. La realtà prende il primo pugno, siamo Melancholy hearts in a motion film, sempre, per sempre.

“Melancholy hearts in emotion filming
Melancholy hearts in a motion film”

Marianne è un treno che avanza lento e lento deraglia verso un’estasi di synth e batteria e archi e voci che si intrecciano. La vita es sueño, Marianne, Abre los ojos, Marianne. L’amore è osmosi tra essere e non essere, tra identità e sogno, è un pezzo struggente che porta le chiavi della camera della dopamina, il suo paradigma.

“Marianne oh Marianne my dreams are made from you
Marianne oh Marianne you’re dreaming of me too”

Mimesis lascia nella stanza un’ombra di New Order che fatica a dissolversi, è un qualcosa che capita spesso ai Fontaines, anche se questa volta hanno programmaticamente dichiarato di volersi allontanare da modelli del passato. Questi modelli, però, curiosamente all’interno di una canzone dal titolo equivoco, esistono e appaiono come echi e fantasmi nella loro stanza/album. Mimesis in realtà affronta il tema del tempo che passa, della cronologia di un rapporto, del ricordo, del futuro. Pezzo più debole dell’album? Ai posteri, suvvia.

“If you’re a star / Shine on me
If you’re not / Let me be”

Happy For You è l’onestà e la trasparenza nei sentimenti di un amore finito. O in una pausa quantomeno equivoca nella durata. C’è anche questo nella stanza dei Fontaines, un momento vero, semplice, trasparente, in cui pestando sulle chitarre come dio comanda ci raccontiamo che saremo felici per lei/lui/illud, che ci presenteremo con i fiori, poi, però, è possibile che ti righiamo l’auto. O che ti rubiamo un filo di perle. Ma saremo felici per te, sia chiaro. 

“So you know,
I’m just happy for you
I swear”

Demolition è un pezzo Fontaines-tipo, distorto e lirico, con un Chatten che rincorre la melodia, in una canzone fatta di pause, di respiri, mentre canta di una relazione che potrebbe essere tra due essere umani così come quella tra l’artista e il suo pubblico. Decidete voi, siete invitati:

“Cosy up to my horror show for the callous-hearted, the pre-departed”

Tongue è il secondo singolo scelto dalla band. Ipnotico, tombale, circolare, una marcia nevrotica in un cui i sali di anfetamina dell’Aderall vengono evocati con una certa puntualità. L’ADHD ha un suo groove, da oggi. C’è un solo inciso nella canzone, un unico momento di lucidità, in cui Chatten esce dal loop e si accorge di essere nella nostra stanza, tra fantasmi e autoanalisi:

“Deep inside your pain / I feel the same
Deeper as we go / I think you know”

One Man è pulita, onirica e lirica, quasi rarefatta nel suo aprirsi lentamente verso i cori e gli archi del finale. Ma siamo in una terra di mezzo, un equivoco tra estasi e paradiso artificiale, forse l’Aderall ha fatto effetto e stiamo fluttuando nella nostra camera di dopamina, dove il dolore viene ucciso, dove qualcuno da fuori bussa per entrare e noi, alla fine, siamo solo una persona persa dentro la propria stanza.

“Dopamine chamber / Just tryna kill the pain
You can’t escape the feeling / Once you’ve given it a name”

Rosalia è la prima ospite a cantare con Chatten in un album dei Fontaines. Where Is Gone? è una Murder Ballad sul ricordo di amori e istantanee del passato al gusto di crepuscolo in colori saturi. Il pezzo è un morriconiano crescendo di malinconia, che corre su binari drittissimi puntati verso un altro amore, un altro dolore. Elegantissimo, nel suo lento incedere. 

“It’s just the start
Of another show
To hurt you
And make you feel
Alive”

Did You Miss Me tiene altissima l’asticella dell’eleganza e dello stile. Archi, synth, un crescendo che nasconde al suo interno un qualcosa di inquietante. Siamo sempre nella stanza della dopamina, siamo sempre annebbiati e mettere a fuoco il vero senso di questo pezzo è un po’ come cercare di uscire da un labirinto di specchi. Chatten del resto lo dice alla prima strofa: “You’re messing with something you don’t know”.

“You pick me up in your car / But your smile comes 
Out of my pocket / Yeah it don’t come from afar”

Japan è amore etereo, inutile, dannoso, dedicato, criptico, falso, senza senso. Ma è una bellissima canzone d’amore. O forse no. 

“When they fuck she leaves her body for a while
And she pays for all his shit
Til he says thanks without a smile”

Usciamo dalla stanza attraverso Intimate. Ritorna la voce metallica dell’opening track, siamo in un sogno intimo di un replicante che muore, siamo un’opera d’arte che ha coscienza della propria fine, o dei propri confini, siamo ai titoli di coda, siamo fuori dalla camera di dopamina, siamo rinati con una coscienza più attenta, siamo morti, siamo vivi, siamo atto creativo, siamo esperienza, siamo reali.
Troppo reali per te. 

“Intimate that’s how I feel / Intimate it’s all that’s real
Intimately on your side / Intimate all through the night”

Tre album per dirci chi erano, dove volevano andare, dove non volevano essere e chi non volevano essere. Un album per esplorare qualcosa che non avesse confini ben definiti, per mettere alla prova un’identità ormai dichiarata.
E adesso una contrazione per guardarsi dentro e raccontare uno stato mentale, o una confusione, un pensiero storto che mette un filtro su parte della realtà. Dopamine Chamber non sarà il loro album più bello, o il più identitario, ma forse è quello più coerente verso sé stesso, verso il suo essere una piccola opera d’arte. Un sogno ritmato dai synth, raccontato con visioni cinematografiche e letterarie, chitarre, archi, anfetamine e giochi di specchi. 

Un album da vedere, un piccolo fantasma sonoro.