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TOdays 2023 • Day 2

Dieci gradi di meno e un sold out annunciato, questo è il sabato dei TOdays. I Verdena in cartellone hanno portato al tutto esaurito e code virtuali, e lo sPAZIO211 inizia a riempirsi fin dall’apertura dei cancelli.
Il primo live di giornata è quello dei Gilla Band, padri del post-punk irlandese, figli del fu myspace e di un mondo che non esiste più. Attivi dal 2011, noti allora come Girl Band, nati con intendo programmatico di essere “a shit version of the Strokes” per stessa ammissione del frontman Dara Kiely. La loro musica è caotica, sfiora il noise, con testi deliranti e geniali. Verso la fine dell’ esibizione una cassa dritta clamorosa annuncia la cover Why They Hide Their Bodies Under My Garage? di Blawan, pezzo che consentì ai ragazzi di Dublino di uscire da myspace e trovare un’etichetta, nel lontano 2013.
Primo momento “caldo” del sabato del TOdays. 

Tutti immobili, come statue greche, davanti allo charme di Anna Calvi e alla sua chitarra. E alla sua voce. E alla sua musica. Del resto per lei si spese, e non poco, un certo Brian Eno che sostenne gli esordi della cantautrice britannica. Poi arrivarono gli endorsement di Nick Cave e David Byrne. E ancora due candidature a BRIT Awards e Mercury Prize.
Ha scritto colonne sonore per film e serie tv (Peaky Blinders su tutte), insomma, non avrebbe bisogno di presentazioni. Ma a colpire non è solo l’eleganza del suo set, il blues declinato in sei gusti e panna montata, è la sua voce a inchiodare il pubblico e piazza note così alte che anche le nuvole si tengono alla larga e ci regalano un live tecnicamente ineccepibile. E tempo stabile almeno per un’ora.

Peaky Blinders in qualche modo collega la Calvi agli Sleaford Mods. Il cantante della band inglese infatti compare in un cameo nell’ultima stagione della serie. I collegamenti però, finiscono qui. Il duo di Nottingham è decisamente agli antipodi del live che li ha preceduti.
Al secolo sono Jason Williamson e Andrew Fearn, hanno alle spalle dodici album, un numero imprecisato di collaborazioni, Prodigy su tutti. Minimalismo radicale, sul palco c’è un laptop e un microfono. Fearn, producer, balla senza sapere che in questo paese abbiamo avuto un Repetto, anni fa. Williamson parla, urla, canta (?) con lo stesso piglio del signore del piano di sopra che, inforcate le ciabatte, scende a spiegarti l’educazione, secondo lui. Spoken-word da pianerottolo, con personaggi usciti da Lock & Stock.
Eppure quello che avviene sul palco è uno show di socialismo in musica elettronica. Perché hanno urgenza di raccontare un punto di vista, denso di significati e di riferimenti. Si parla di lavoro, di weekend da riempire, di orizzonti che non sono più tali perché rimpiccioliti anzitempo.
Detta la loro, chiudono il laptop, lo infilano in uno zaino, salutano e se ne vanno. E io sento di averne ancora bisogno, nonostante abbia consumato i loro album. 

Il prato dello sPAZIO211 è gremito in ogni ordine di posto. Il pubblico ha seguito e sostenuto le esibizioni del pomeriggio, ma è evidente che la folla che si è creata ha una grande voglia di Verdena.
Saranno diciotto canzoni, da quattro album. Sarà una piccola bolgia, sarà una grande madeleine, perché i Verdena sono legati agli anni dell’università, alla fine del decennio musicale più incredibile cui abbia assistito, sono famiglia e ricordi.
Sono fedeli al loro spleen, anche se col tempo migliora nell’arrangiamento, tanto da risultare attraente e forse un po’ autoreferenziale. Il primo caso di meta-spleen che canta sé stesso, o forse canta quello che siamo stati, caricandosi di ulteriore forza.
Perdonate la malinconia davanti al loro live.
Alla fine sono solo serate di inizio millennio e suoni che non si sono mai puliti, voci che non sono mai cambiate, anni mai superati.
Qui dal parterre è tutto, vi chiedo scusa ma mi è entrata una Luna in un occhio.

T-shirt dei Joy Division: sette.
T-shirt dei Mad Season: tre. Fenomeno tuttora al vaglio degli inquirenti. 
Token in tasca: due.

Andrea Riscossa

TOdays 2023 • Day 1

Caldo torrido, lieve brezza a centrocampo, si consiglia di idratarsi spesso e di godersi lo spettacolo all’ombra. Il termometro segna ben oltre 35°C.

È tutto pronto per il primo live del primo giorno dei TOdays 2023. Cancelli aperti, la venue si presenta identica all’anno precedente, così, dopo pochi minuti, la sensazione è quella di essere tornati a casa dopo una lunga vacanza.
Birretta di rito, in tempo per dirigersi sotto palco per il primo live della giornata, quello dei King Hannah.
Nato come duo, supportati da basso e batteria, al secolo noti come Hannah Merrick (voce e chitarra) e Craig Whittle (chitarra), si sono conosciuti lavorando nello stesso pub. Lei gallese, lui di Liverpool, hanno unito talento e chitarre, riuscendo a incidere il primo album nel 2022, dal titolo I’m Not Sorry, I Was Just Being Me.
Sul palco sono magnetici, persi in un pastiche di generi che sa di lo-fi, trip-pop, blues molto, molto (o)scuro. Attirano alla transenna anche gli over quaranta quando si esibiscono in una cover clamorosa di State Trooper di Springsteen.
Vox pop: (ovvero commenti rubati tra la gente, Ndr) lei ricorda PJ Harvey, ma l’insieme vira verso i Portishead. Di sicuro amano una struttura fatta di melodia che sale lentamente verso un climax fatto di chitarre maleducate e dai suoni tutt’altro che limpidi. Freschi, ma antichi, perfetti. 

La situazione degenera al secondo live.
O meglio. Era prevedibile accadesse, dal momento che sul palco erano attesi i Les Savy Fav, il cui frontman, Tim Harrington, è spettacolo nello spettacolo.
Piccolo passo indietro. Questi signori hanno inciso il primo album a metà anni novanta. Uno dei loro membri fondatori diventò il batterista degli LCD Soundsystem, mentre i loro dischi precorrevano i tempi della scena newyorkese di inizio millennio. Seminali e senza il dovuto riconoscimento, si direbbe, in una sola parola i Pixies, dieci anni dopo.
Torniamo a Harrington.La maglia vola via nei primi quindici secondi, rivelando un fisico importante. Le calvizie unite a una barba rosa fluo fa di lui una presenza di sicuro impatto sul palco. Palco che però non ama frequentare, dato che si lancia tra il pubblico alla prima canzone. Ruba macchine fotografiche, si impossessa di birre che poi sputa in cielo, sembra un folletto impazzito, un tarantolato dai colori accesi, e, notate bene, tutto questo accade mentre porta a casa un pezzo dopo l’altro. La band, sul palco, suona impassibile. Tre tecnici, che sembrano bagnini, stanno attenti al cavo del microfono. Perché Harrington non ama il wireless, è figlio di anni analogici. O forse trattasi di apparato per recuperarlo, a un certo punto. Musicalmente sono perfetti, nel loro genere. Lo spettacolo beh, quello è impagabile. 

Come impagabile è il numero di sospiri che si levano dalla folla quando sul palco sale Warhaus. Sui documenti risulta Maarten Devoldere, origine belghe, trentaquattrenne. “Bello bello in modo assurdo”, direbbe qualcuno, così come “belli belli in modo assurdo” sono i componenti della band. Agli occhi di un quarantacinquenne che ribolle di invidia sul palco sono saliti la versione continentale e più raffinata di una qualunque boy band inglese.  Al netto della beltà bisogna riconoscere che il progetto portato sul palco è affascinante: il nostro eroe, dopo una separazione, si è chiuso in una stanza di un hotel di Palermo per tre settimane, a elaborare dolore e tristezza. Lo ha fatto portandosi strumenti e microfoni.
Al suo ritorno in patria il produttore Jasper Maekelberg ha deciso di tenere i master originali della voce, costringendo i (bellissimi) musicisti a costruire la parte musicale attorno a quel dolore inciso in modo così verace. Risultato finale: una musica elegante, tra lo chansonnier e il crooner, con elementi quasi jazzati, con ampio uso di fiati e pianoforte.

È stata una giornata dedita all’ecclettismo.
Dai King Hannah e i loro ritmi lenti e cadenzati ai Les Savy Fav e il frontman col guinzaglio, nudo tra le genti. I belli e bravi accompagnatori di Warhaus, che ha raccontato con passione e leggerezza un amore finito. Verso le dieci di sera si vira ancora, verso lidi ben noti e verso una band decisamente a fuoco, i Wilco.
Colpa loro se esiste il genere alternative country, quando ancora si chiamavano Uncle Tupelo. Nel corso degli anni sono diventati più eclettici e sperimentali, ma la radice, alla fine, è sempre quella, qualunque sia la declinazione.
Classici nell’alt rock, semmai, anche perché hanno alle spalle anni di carriera, di LP (dodici in studio) e di premi (due Grammy sopra il caminetto). Ci hanno accompagnato nelle nostre serate sul divano, presenti in quasi ogni serie uscita negli ultimi anni, da Dr. Houseal recentissimo The Bear, oppure ovunque venga citata la loro Chicago. Per Ted Mosby di How I Meet Your Mother è Summerteeth il loro album migliore. Chissà se gli stivali rossi sono legati all’alt-country dei Wilco.
Il loro successo come accompagnamento sonoro è dovuto probabilmente al fatto che raccontano storie di vita, raccontano quotidianità, e lo fanno con abbondante uso di chitarre.
Sono come un viaggio in auto da passeggero, mentre alla guida c’è il più fidato e sicuro degli amici. Puoi perderti nei paesaggi, puoi parlare per ore, puoi tacere senza imbarazzo, intanto si va. E i Wilco hanno un pilota automatico che è una sicurezza, rendendo il loro live un piccolo gioiello. 

Il primo giorno dei TOdays termina in perfetto orario, il termometro rimane severo, tempo per un’ultima birra e per segnare le prime impressioni sul taccuino che, nel mentre, è diventato un’app.
La lunga strada verso il professionismo.

T-shirt dei Joy Division: tre.
Token in tasca: quattro (ma ho fatto scorta).

Andrea Riscossa